La riscoperta della Domus Aurea avvenne casualmente alla fine
del Quattrocento per opera di curiosi e di appassionati di
antichità che, calandosi dall'alto nelle grotte ancora interrate,
iniziarono a copiare i motivi decorativi delle volte, promuovendo
nel secolo successivo la fama e la fortuna dell'arte delle "grottesche".
Artisti famosissimi, come Raffaello, Pinturicchio, Ghirlandaio,
Giovanni da Udine e altri, le cui firme graffite o tracciate a
nerofumo sulle pareti della domus testimoniano ancora oggi il
ricordo della visita, trassero ispirazione dalle pitture e dagli
stucchi neroniani per decorare le logge e le stufette di cardinali e
aristocratici romani, nei Palazzi Vaticani, a Castel Sant'Angelo, a
Villa Madama: agli inizi del Rinascimento, la riscoperta della Domus
Aurea segnò la scoperta della pittura antica, con un clamore
paragonabile a quello suscitato duecentocinquanta anni più tardi
dai rinvenimenti degli affreschi di Ercolano e Pompei.
Nel 1506,
nello scavare in una vigna del colle Oppio, venne disseppellito il
gruppo del Laocoonte, una delle opere scultoree più famose dell'
antichità, che divide con il Toro Farnese il privilegio di essere
citato nella Storia naturale di Plinio il Vecchio, secondo il quale
la scultura, raffigurante l'estremo sacrificio del sacerdote
troiano e dei suoi figli, condannati dal fato ad una fine terribile per
essersi opposti all'ingresso nella natia Troia del cavallo
dell'inganno acheo, era posta ad ornamento della domus di Tito.
La presenza del celebre gruppo nell'area della Domus Aurea non
sorprende se si considera che le fonti antiche più volte sottolineano
le manie collezionistiche di Nerone, che aveva compiuto razzie in
tutta la Grecia per adornare i saloni della sua reggia, vero e proprio
museo di capolavori classici ed ellenistici, tra i quali probabilmente
le statue bronzee dei Galati vinti, più tardi trasferite, insieme al
resto, nel Tempio della Pace di Vespasiano per essere restituite al
pubblico godimento.
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